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mercoledì 18 ottobre 2017

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La calorimentria indiretta calcola l'esatto fabbisogno alimentare. Ed aiuta a dimagrire meglio
Parla il dietologo Luigi Oliva
Testo tratto dall'inserto Salute di 'La Repubblica' - 1999

Dimagrire faticosamente e ingrassare di nuovo con la rapidità del fulmine. Si chiama effetto yo-yo e miete vittime in tutto il pianeta. Così, avviliti e mortificati dall'incapacità di mantenere il peso-forma dopo aver affrontato l'mpresa titanica di una dieta ipocalorica, si getta la spugna . Per sempre. O fino al prossimo tentativo.

Ma ogni volta si ricomincia da tre. Perchè, in tutti quegli anni di tortura, i chili di troppo lievitano e si sedimentano. Eppure c'è una via di uscita a questo girone infernale.

"La calorimetria indiretta" spiega Luigi Oliva, nutrizionista di Mestre, "è un metodo che stima il dispendio energetico tramite la misura diretta del consumo di ossigeno e della produzione di anidride carbonica del soggetto considerato.
Il test è semplice e non invasivo. Al paziente viene posto un casco al quale sono collegati due tubi
Entrambi aspirano aria. Quello anteriore dall'ambiente e quello posteriore dal paziente stesso.
I campioni d'aria prelevata vengono analizzati da un'apparecchiatura collegata che rileva la concentrazione di ossigeno e di anidride carbonica.
I dati sono elaborati da un processore che, applicando alcune formule, valuta le calorie prodotte dal paziente nel corso dell'esame. I valori ottenuti vengono posti in relazione con la presenza di azoto nelle urine. Questo rapporto permette di calcolare esattamente la percentuale di carboidrati, proteine e lipidi che ciascun individuo consuma e quindi di definire una dieta personalizzata". Sostanziali vantaggi. "In genere" puntualizza l'esperto "le diete ipocaloriche vengono formulate in base a parametri che derivano da formule predittive, riferite all'intera popolazione. Queste formule, cioè, considerano il dispendio energetico come una variabile dipendente da sesso, età, tipo di attività fisica svolta....La calorimetria consente invece - individuando con esattezza le quote di consumo - di prescrivere un regime alimentare ad hoc che prevede spesso un apporto calorico superiore a quello della dieta standard".

"La dieta così perde il suo carattere punitivo e restrittivo a tutto vantaggio della gratificazione e, quindi, di una condizione favorevole alla prosecuzione della disciplina alimentare. Ma non è tutto. Ad una dieta ipocalorica l'organismo si adatta riducendo il proprio metabolismo, ossia disattivando le cosiddette reazioni futili, cioè utilizzando meno energia, azzerando gli sprechi. Ne consegue che il paziente, deluso dai miseri risultati, abbandona la dieta. Oppure, se raggiunge con grande fatica l'obbiettivo del peso forma, riadotta gradualmente l'alimentazione consueta, più ricca di calorie, e in pochi mesi recupera i chili perduti".
"Questo errore, spesso reiterato nel tempo, provoca un danno"sottolinea Oliva "perchè determina nell'organismo una sorta di assuefazione al regime ipocalorico, cossichè ogni più piccolo sgarro viene pagato con un accrescimento abnorme del peso. Di più: ogni nuova dieta, anzichè ridurre la quantità di grasso, impoverisce l'organismo di acqua e, ancor più grave, di massa muscolare. Fenomeno, quest'ultimo, che determinerà un minor consumo energetico". Una reazione a catena dagli effetti disastrosi. Risultato: il paziente dopo essersi sottoposto a tante diete diverse, pesa più chili di quando ha intrapreso questo calvario.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 30 marzo 2007 )
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